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La duplice perdita
e la duplice riconquista
del Regno continentale
Come è noto, a partire dal 1796, il giovane
Napoleone Buonaparte invade e conquista gradualmente
la gran parte dei territori degli Stati italiani
preunitari, incontrando ovunque, come unica
e feroce resistenza, la spontanea rivolta armata
delle popolazioni italiane - le insorgenze
controrivoluzionarie - insorte in difesa della
Chiesa e della religione cattolica e dei legittimi
secolari sovrani e governi (in un concetto,
contro l'aggressione rivoluzionaria in difesa
della secolare civiltà, società
e identità tradizionali).

S.M.
Ferdinando IV
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Nel
febbraio del 1798 gli eserciti rivoluzionari
invadono lo Stato Pontificio, provocando
la fuga di Pio VI e instaurando la giacobina
Repubblica Romana. Nel mese di novembre,
Ferdinando, consapevole che ormai ai napoleonici
mancava solo il Regno di Napoli per completare
la conquista d'Italia, decide di muovere
guerra ai francesi, anche allo scopo di
liberare Roma e permettere il ritorno
del Pontefice nel proprio Stato. Il comando
viene affidato al generale austriaco Mack,
ma la scelta si rivela subito errata.
Egli dapprima entra in Roma senza colpo
ferire (peraltro i napoletani furono accolti
in trionfo dai romani), ma poi, di fronte
al contrattacco del generale napoleonico
Championnet, il Mack fugge miserevolemente,
e l'esercito borbonico si scioglie alla
rinfusa. Naturalmente Championnet ora
ha il pretesto per marciare su Napoli.
Ferdinando l'8 dicembre 1798 emana un
proclama a tutti i suoi sudditi, invitandoli
ufficialmente a resistere in armi contro
l'invasore. Mai proclama fu più
seguito alla lettera. Migliaia, decine
di migliaia di uomini, di ogni età
e ceto, comprese donne ed anziani, presero
le armi contro i francesi, combattendo
per sei mesi strenuamente fino alla riconquista
del Regno. |
Infatti,
i francesi a costo di gravi perdite riuscirono
il 22 gennaio 1799 a conquistare Napoli (qui
dovettero massacrare, prima di prendere effettivo
possesso della città e di proclamare
la "Repubblica Napoletana", 10.000
"lazzari" insorti in nome di Ferdinando).
Nel frattempo, già dal 22 dicembre 1798
la Corte si era spostata a Palermo, e Ferdinando
aveva lasciato Napoli in mano ad un consiglio
di aristocratici e al Vicario regio Pignatelli.
Instaurata a Napoli la Repubblica, i giacobini
procedettero alla "repubblicanizzazione"
delle provincie, ma con scarsi risultati effettivi.
Infatti, ovunque era evidente il malcontento
popolare e i sentimenti di fedeltà alla
dinastia si palesavano ogni giorno in maniera
sempre più evidente e "minacciosa".
Verso la fine di gennaio, il Cardinale Fabrizio
Ruffo dei Principi di Scilla si presentò
a Corte a Palermo con un audacissimo progetto:
chiese al Re navi, uomini e soldi per attuare
una spedizione militare di riconquista del Regno
di Napoli con l'appoggio delle popolazioni che
sicuramente non sarebbe mancato.
Il progetto era talmente audace da lasciare
perplessi i Reali; alla fine, date le insistenze
del Ruffo e visto che in effetti non v'era poi
molto di meglio da fare, Ferdinando cedette
e concesse al Cardinale una sola nave con sette
uomini (in pratica nulla), ma il titolo ufficiale
di Vicario del Re per il Regno di Napoli (in
pratica, tutto!). Il Ruffo si accontentò,
sicuro che le popolazioni continentali lo avrebbero
seguito.
E il Ruffo aveva assolutamente ragione! Sbarcato
nei suoi feudi in Calabria, bastò far
girare la voce delle intenzioni e del suo nuovo
potere effettivo, che in poche settimane si
ritrovò un esercito di decine di migliaia
di volontari giunti da ogni parte del Regno
per la causa borbonica, pronti a morire per
cacciare i repubblicani giacobini.
Il Ruffo fondò così la "Armata
Cristiana e Reale" in nome di Ferdinando
IV (si veda la voce dedicata alle insorgenze
controrivoluzionarie e al sanfedismo), che nel
giro di tre mesi giunse in trionfo a Napoli
restaurando la monarchia borbonica il 13 giugno
1799, giorno di Sant'Antonio, protettore ufficiale
dell'"Armata della Santa Fede".
Ferdinando e Maria Carolina nel frattempo giunsero
a Napoli via mare, preceduti dal Nelson, che
aveva ordini di fare giustizia dei giacobini
traditori rinchiusi in Castel S. Elmo, circondati
dall'Armata sanfedista. Il Ruffo, consapevole
che il Nelson li avrebbe massacrati tutti, offrì
loro la possibilità della fuga via terra;
ma costoro credettero opportuno fidarsi più
di un protestante che di un cattolico, e si
consegnarono all'ammiraglio inglese, il quale
fece senz'altro impiccare 99 di loro, con l'approvazione
di Maria Carolina più che di Ferdinando.
Si tratta dei famosi giacobini della Repubblica
Partenopea, "vittime dei Borboni",
come tutta la storiografia nazionale ha sempre
detto e ribadito. Non è questa la sede
per aprire polemiche storiografiche e ideologiche.
Un'unica serena ed evidente considerazione ci
permettiamo di fare: sicuramente si sarebbe
potuta usare, oltre la giustizia, anche maggiore
clemenza. Ma gli storici hanno sempre voluto
dimenticare l'esigenza imprescrittibile della
giustizia, in una situazione i cui termini erano
chiari: dei sudditi - molti dei quali vicini
alla Corona - si erano macchiati di alto tradimento
cacciando il Re e instaurando un repubblica
rivoluzionaria non solo fondata sulle armi straniere
dell'invasore della patria comune, quanto soprattutto
priva di alcun concreto appoggio popolare, anzi,
come la storia ha inequivocabilmente dimostrato,
in palese e tragico scontro con la reale volontà
delle popolazioni del Regno, fermamente fedeli
ai Borbone.
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