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I repubblicani napoletani (poche centinaia di
individui in tutto) insomma non erano stati
né votati né comunque ben accettati
dalle milioni di persone che abitavano il Regno;
anzi, furono combattuti ferocemente dalle popolazioni,
e la loro forza risiedeva solo nelle armi straniere,
senza alcun prestigio o consenso.

Ritratto
di Ferdinando IV
Antonio Calì (attr.)
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Essi
erano a tutti gli effetti "traditori
della patria" asserviti allo straniero
invasore ed erano responsabili di una
violentissima guerra civile, anche se
la storiografia filorisorgimentale li
ha sempre presentati come eroi e "martiri":
ma il loro atto, agli occhi del legittimo
sovrano, non poteva passare impunito:
il buon senso lo dimostra, e possiamo
essere certi che altri sovrani - o Capi
di Stato - a volte osannati non si sarebbero
comportati in maniera molto differente
in tali tragici frangenti.
Ferdinando e Carolina tornarono sul Trono
di Napoli in trionfo e col pieno e completo
consenso delle popolazioni che si erano
battute spontaneamente per loro. Fino
al 1805 regnarono in pace, ma poi la tempesta
napoleonica si abbatté nuovamente
su di loro. Agli inizi del 1806 l'Imperatore
dei Francesi conquistava il Regno di Napoli
e poneva sul Trono il fratello Giuseppe.
Ancora una volta i Reali e la corte si
spostarono a Palermo, ed ancora una volta
ricominciò la spontanea guerriglia
sanfedista (anche se ora non vi fu più
una nuova "Armata Cristiana e Reale"),
che durò fino al 1810, ed in Calabria
specialmente fino alla Restaurazione. |
Nel
1808 Napoleone disponeva da Parigi che Giuseppe
doveva andare a Madrid, e poneva sul Trono di
Napoli suo cognato Gioacchino Murat, che vi
rimarrà fino al 1815, anno della Restaurazione
europea. Per altro, il Murat nel 1815, disperato
per la definitiva vittoria delle forze restauratrici,
tentò il tutto e per tutto sbarcando
in Calabria e invitando i contadini all'insurrezione
armata contro i Borbone: sarà preso a
fucilate dai contadini stessi, arrestato e quindi
fucilato.
Gli ultimi anni del
suo regno
Con la sconfitta definitiva di Napoleone e il
Congresso di Vienna, l'intera Europa si avviava
ad una nuova fase della sua storia, quella nota
sotto il nome di Restaurazione.
Ferdinando preferì stavolta assumere
ufficialmente il titolo di "Re delle Due
Sicilie" (divenne
quindi "I" come numerazione) e volle
attuare una politica di pacificazione nazionale,
forse anche troppo generosa. Infatti, non solo
lasciò sostanzialmente impuniti i collaboratori
del Murat, ma spesso confermò loro le
cariche, i ruoli e i privilegi acquisiti sotto
il regime napoleonico; e questo specie con gli
ufficiali militari, cosa di cui ebbe presto
a pentirsi.
A Corte si svolgeva lo scontro fra il Ministro
de' Medici, filoliberale e massone, e il Ministro
della Polizia Antonio Capece Minotolo, Principe
di Canosa, cattolico intransigente, controrivoluzionario
e fedelissimo dei Borbone, acerrimo nemico delle
sette massoniche e di ogni tendenza rivoluzionaria.
Ferdinando però fece prevalere il de'
Medici, e ciò comportò nel 1820
un'altra rivoluzione, di stampo costituzionalista,
organizzata ed attuata dalla setta massonica
della Carboneria.
Ferdinando dapprima accettò di concedere
la costituzione; ma i tempi ormai erano cambiati,
e ben sapeva che, per il principio di legittimità
stabilito al Congresso di Vienna e per i patti
della Santa Alleanza, Metternich sarebbe presto
intervenuto contro i rivoluzionari. Ed infatti
così avvenne. Vi fu un Congresso della
Santa Alleanza a Lubiana, in cui si stabilì
l'intervento contro Napoli. Il parlamento napoletano
inviò proprio Ferdinando a Lubiana per
perorare la causa costituzionalista; ma naturalmente
Ferdinando giunto lì chiese al Metternich
l'intervento contro i rivoluzionari napoletani,
che puntualmente avvenne.
Ferdinando poté così restaurare
l'assolutismo, e vivere in pace gli ultimissimi
anni del suo lungo e travagliato regno.
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