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Storia

 
Francesco II
Re delle Due Sicilie

- Già dagli Anni Cinquanta, ed in particolare nel 1858 con i Patti di Plombières, Cavour aveva preparato, con la complicità di Napoleone III e della Gran Bretagna, e l'aiuto del mondo democratico italiano, l'invasione del Regno delle Due Sicilie, Stato sovrano sette volte secolare, pacifico, amico, alleato del Regno di Sardegna, il cui ultimo Re per altro era cugino del Re Vittorio Emanuele II;
- Napoleone III appoggiò Cavour nella speranza (poi rivelatasi chimerica) che il Regno andasse a suo cugino Luciano Murat, mentre la Gran Bretagna nella speranza che un nuovo Regno d'Italia, ad essa riconoscente ed amico, potesse contrastare sia la predominanza francese che quella asburgica (inoltre, il mondo anglicano nutriva concrete speranze di "evangelizzare" l'Italia, ancora vittima della "superstizione papista");
- Garibaldi, per la sua spedizione, ricevette uomini, navi, ma soprattutto armi dal Regno di Sardegna, mentre i soldi li ricevette dalla Gran Bretagna e dalla massoneria internazionale in grande abbondanza Si tratta di 3 milioni di franchi francesi (dati a Garibaldi in piastre d'oro turche a Genova prima dell'imbarco) e di 1 milione di ducati (cifre stratosferiche), nelle mani dell'ammiraglio Persano, a cui occorre aggiungere le 300.000 lire-oro procurate a Milano dal banchiere Garavaglia e date direttamente nelle mani di Garibaldi. Cfr. A.A.-V.V., Un tempo da riscrivere: il risorgimento italiano, Mostra di Rimini 2000, Il Cerchio, p. 21. Cfr. anche per tutta la questione l'ottima opera di R. MARTUCCI, L'invenzione dell'Italia unita, Sansoni, Firenze 1999. ;
- tali soldi servirono per la corruzione dei più alti ufficiali borbonici, che fin dallo sbarco in Sicilia non combatterono mai seriamente i garibaldini (basti pensare che Garibaldi giunse a Napoli in treno! E con solo qualche morto e ferito in tutto), consegnando vilmente intere fortezze e varie postazioni militari all'invasore; ma servirono anche per la corruzione dei principali uomini di governo, che consigliarono sempre Francesco II nella maniera peggiore possibile, fino ad arrivare all'aperto tradimento, come nel caso, solo per fare il nome più celebre, di Liborio Romano, primo ministro e primo traditore del Re;
- Cavour diede ordine all'ammiraglio Persano, comandante della flotta sabauda, di seguire da lontano la spedizione di Garibaldi e di aiutarlo qualora tutto fosse andato per il meglio; e così puntualmente avvenne;
- ugualmente fece la Gran Bretagna, che schierò un'intera flotta in assetto di guerra nel Golfo di Napoli mentre Garibaldi arrivava, chiaro segno di cosa sarebbe accaduto se Francesco II avesse tentato di resistere;
- mentre Vittorio Emanuele II giurava amicizia al cugino a Napoli e deprecava quanto stava avvenendo, Cavour dava ordine al generale Cialdini di scendere con l'esercito a Napoli per impossessarsi del Regno (per altro invadendo lo Stato Pontificio), e lo stesso Re sabaudo venne al Sud per ottenere da Garibaldi il Regno conquistato (l'incontro di Teano);
- come è noto, di fronte a quanto stava accadendo, da parte sua Napoleone III, che in pubblico condannava la spedizione come un atto di pirateria internazionale (e come poteva essere altrimenti definita?), di nascosto diede il suo assenso al Cavour con la famosa frase: "Faites, mais faites vite!", chiedendo però, in cambio del suo "non-intervento", Nizza e Savoia;
- Francesco II, dinanzi ad uno dei più grandi complotti internazionali della storia, e, soprattutto, dinanzi al tradimento dei suoi ufficiali e dei suoi uomini di governo e più vicini e "devoti" consiglieri, comprese che tutto era perduto, ma che occorreva non perdere l'onore e la memoria storica: per evitare spargimenti di sangue di civili, lasciò Napoli, ma si rifugiò nella fortezza di Gaeta, seguito da tutti coloro che volontariamente scelsero di salvare l'onore combattendo dalla parte del legittimo ed amato sovrano aggredito.

A Gaeta


La fortezza di Gaeta

Anche sulla storia dell'assedio di Gaeta, sicuramente una delle pagine più tragiche ed eroiche della storia del Risorgimento, sono stati ormai scritti tanti libri seri ed avvincenti, anche di recente, e ad essi rinviamo per un approfondimento della questione (vedi la pagina Libri Consigliati ).

Lasciando Napoli, Francesco II emanò un proclama, l'8 dicembre 1860, di cui riportiamo alcune frasi: «(…) ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori d'un bombardamento, come quelli che hanno avuto luogo più tardi in Capua ed Ancona. Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un'alleanza intima per veri interessi d'Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e fatte violare tutte le leggi, per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari»In: "Gazzetta di Gaeta", 9 dicembre 1860, n° 21, p. 1.. Il proclama spaventò il capo della polizia della Luogotenenza Silvio Spaventa, visto che, come testimonia Ruggero Moscati, «produsse larghissima impressione in vasti strati della popolazione meridionale»R MOSCATI, I Borboni d'Italia, ESI, Napoli 1970, p. 153. .
A Gaeta convennero infatti migliaia di borbonici fedeli (contemporaneamente resistevano eroicamente anche le fortezze di Civitella del Tronto - che fu l'ultima a cadere - e Messina), pronti anch'essi a morire in difesa del proprio sovrano Roberto Martucci riconosce i meriti di Francesco II e denuncia i torti della storiografia avversaria nel dipingerlo come "Franceschiello", e riporta il testo seguente di A. ARCHI (Gli ultimi Asburgo e gli ultimi Borbone in Italia (1814-1861), Cappelli, Bologna 1965, p. 376): "Francesco II fu re nella sventura ancor più che nei pochi mesi di sovranità effettiva: dalle banche non ritirò i suoi depositi, dalla Reggia, più che opere d'arte e di valore venale, portò con sé oggetti di devozione e ricordi famigliari". MARTUCCI, op. cit., pp. 189-190. e della loro patria e per testimoniare la fede e la civiltà avita e manifestare coi fatti il loro rifiuto di una società corrotta e traditrice alla quale sentivano di non appartenere.
Come già detto, la storia della tragica resistenza della fortezza di Gaeta, assediata da un uomo spietato, è nota, ed esistono pubblicazioni valide che ne forniscono il racconto. L'assedio, iniziato il 13 novembre 1860, durò fino al 13 febbraio 1861. Fu condotto con tale asprezza, che occorre ricordare che Cialdini ebbe l'ardire di far bombardare perfino la stanza dei sovrani, evidentemente nella speranza di ucciderli.

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  La Controrivoluzione filoborbonica

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